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Quello che non ci hanno raccontato i giornali:
ore 01.30 del 24.02.2006 in diretta da Nablus
Lunedì 20 febbraio le forze militari israeliane alle tre e trenta del mattino entrano al campo profughi di Balata e nella città di Nablus. Vicino a Balata cominciano gli scontri tra soldati israeliani e combattenti palestinesi. Iniziano le esplosioni dentro il campo, poi i militari si ritirano apparentemente senza motivo verso Hawara, dove hanno la loro base militare. Dopo due ore tornano con bulldozer, tank e una ventina di jeep. Iniziano la loro operazione nel campo mettendo dei blocchi di cemento nelle entrate del campo. Poi cominciano a cercare nelle case, facendo buchi nei muri con l’esplosivo, per passare da una casa all’altra. Uccidono tre persone, ne feriscono trenta ( uno dei quali morirà più tardi).
Il giorno dopo, 21 febbraio, allargano l’operazione militare anche nella città vecchia di Nablus.
Intanto a Balata occupano circa 20 case e la scuola femminile, dove distruggono l’aula computer e dipingono sui muri gesti offensivi.
Poi lasciano la città per la notte, ma il giorno successivo, il 22, tornano alle sette e trenta del mattino, nel momento in cui le strade sono piene di persone, specialmente di ragazzi che vanno a scuola. Iniziano gli scontri (pietre contro pallottole) causando l’uccisione di 8 persone di Nablus e ferendone circa 25. Cinque di questi sono volontari del pronto soccorso ( uno di loro morirà più tardi), un altro è l’autista dell’ambulanza che non ha potuto ricevere aiuti per ore.
Lo stesso scenario si presenta anche durante tutto il giorno 23, con invasione della città da parte delle truppe di occupazione israeliane. Si ripetono le sparatorie indiscriminate nei confronti della popolazione civile. Il numero dei feriti continua a salire.
I media israeliani dicono che hanno ucciso tre terroristi.
In realtà sono stati assassinati 12 civili, ne sono stati feriti quasi 60. Numeri che, ad ora, saranno certamente cresciuti.
Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze
[in costruzione]
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Old man: Me: Old man: |
You paint the wall, you Thanks We don't want it to be beautiful, we hate this |
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[da: bansky.co.uk]
Hallo . How are you ?
Nablus, 5 Luglio 2005
La rumorosa battaglia virtuale sul cosiddetto "Piano di disimpiego" (smantellamento degli insediamenti e ritiro dell'esercito dalla striscia di Gaza) nasconde alla maggior parte degli israeliani un'altra guerra molto reale che si sta svolgendo non lontano.
Da tre anni ormai i campi di olivi durante la stagione autunnale del raccolto, dietro la linea verde, sono diventati campi di battaglia.
La guerra delle olive (come è stata denominata dai media israeliani) inizio' nel 2002.
Dopo l'operazione scudo difensivo, i contadini palestinesi subirono per la prima volta ingenti danni ad opera dei coloni, senza che l'esercito intervenisse. Furti di olive ebbero luogo sotto gli occhi di tutti. Con l'inizio della costruzione del muro di separazione antichi alberi di olivo molto produttivi, fonte di sostentamento di intere famiglie palestinesi, divennero piante ornamentali nei giardini di ricchi israeliani, alla stregua di piante esotiche. A quell'epoca questi fatti facevano ancora notizia, ed i media riportarono numerose dichiarazioni di condanna dell'operato di coloni e militari; Zeev Shiff, corrispondente militare di Ha'aretz, solitamente ben informato, scrisse :"L'esercito privato dei coloni ha cominciato a sostituirsi alla legge, in dispregio delle forze regolari dell' IDF" ("l'esercito dovrebbe porre fine ai saccheggi", Ha'aretz, 30 ottobre, 2002).
Il giornale israeliano di orientamento conservatore maggiormente diffuso Yedioth Adharonot dedico' un'intero supplemento a questo argomento dopo aver inviato un suo corrispondente che si fece assumere come bracciante giornaliero, per la raccolta delle olive in un insediamento. Egli descrisse nei dettagli tutto cio' che avveniva: ai contadini veniva negato l'accesso ai loro campi, la raccolta veniva fatta dai coloni, servendosi di lavoratori tailandesi; l'olio veniva spremuto dalle olive rubate e venduto in Israele. Gli alberi dei palestinesi, nelle vicinanze degli insediamenti, venivano bruciati o abbattuti. Un altro giornalista scrisse un servizio sull'itinerario degli alberi che venivano sradicati con il pretesto della costruzione del muro di separazione: intraprendenti proprietari di vivai si sceglievano le piante migliori (molte delle quali erano state piantate all'epoca dei romani) e andavano via con la "merce" da vendere ai loro clienti.
Non e' esagerato affermare che queste notizie scioccarono i lettori israeliani piu' delle notizie delle uccisioni o delle persone ferite, o delle sofferenze inflitte a causa della muro. Nella mentalità dei cittadini comuni, ogni cosa associata alle attività miltari e al muro rientra nella categoria della "Sicurezza dello Stato", quindi non criticabile.
Ma quando le persone vengono derubate dei frutti del loro lavoro, quando olivi millenari vengono sradicati al cospetto di contadini inermi, beh tutto questo e' difficile da giustificare con ragioni di sicurezza.
La campagna mediatica del 2002 non ha cambiato nulla; e non solo la situazione non e' migliorata, ma e' divenuta ancora piu' difficile e confusa.
Oggi siamo stati in un villaggio (Tana) a pochi kilometri da Nablus
TANA!
(Dedella)
…tanto per rimanere in tema: TANA!!! 31 salvitutti.
In questo leggendario gioco dire TANA è sinonimo di sollievo, liberazione, scampato pericolo o addirittura vittoria. "Come è amara la vita", direbbe Lubna, perchè la stessa parola qui è stata scelta come nome di una piccola frazione di un villaggio vicino Nablus.
Poche capanne fatte di lamiera, una piccola scuola, una vecchia moschea. Servivano ai pastori in alcuni periodi dell'anno, ci tenevano i mangimi, il cibo, gli strumenti del mestiere, per alcuni periodi ci vivevano, un po meno di una casa, un po più di una bottega. Questa era Tana...era perchè ora non c'è più.
In un paio d'ore pochi buldozer hanno raso tutto al suolo, ad eccezione della moschea, perchè in fondo gli israeliani sono uomini di fede e certe cose le rispettano. Non si puo’ dire la stessa cosa per la proprietà altrui, ne tanto meno per la dignità delle persone, per il lavoro secolare di gente semplice, per la storia di piccole grandi comunità. Ci hanno chiamato chiedendo di raccogliere con la telecamera questa ulteriore testimonianza della lenta agonia del popolo palestinese. L'abbiamo fatto non solo con gli occhi, ma, mi sento di poter parlare a nome di tutti, anche col cuore. Avremmo voluto abbracciarli tutti (sarebbe venuto il muezzin in persona ad incatenarci al minareto x farci pregare 5 volte al giorno, fino ad imparare il corano a memoria, per una promiscuità cosi’ grave) quei pastori che tra le lacrime ci mostravano quel che rimaneva, le impronte dei buldozer, i banchetti dela scuola distrutta, la moschea ancora in piedi, e in ultimo, forse la reale causa di quella devastazione: una fonte d'acqua.
Vicino Tana (a
Il lavoro di una vita, tradizioni di famiglia, ricordi, fortuna, identità, dignità, insomma tutto ciٍ che rende la vita degna di questo nome, è stato spazzato via in poche ore, ingranando la marcia di un cingolato. Ci hanno consegnato la loro rabbia e il loro dolore per farcelo raccontare, ed io non posso far altro che ingoiare il groppo alla gola, ringraziare di tanta fiducia, di tanta ospitalità, anche nella tragedia, e scrivere.
Mi hanno guardato attoniti quando ho fatto la domanda più stupida del mondo: " Ma da quanto siete qui, su questo pezzo di terra? " ed addirittura increduli di fronte alla mia ingenuità quando ho continuato con "e ora che avete intenzione di fare? ". Per loro la risposta era ovvia: loro solo li da sempre, da generazioni, e per quanto possa essere duro, faticoso e lungo, le loro case le ricostruiranno. Perchè quel pezzo di terra è la loro terra e non gliene frega niente se qualcuno in lontane e fredde città europee ha deciso che quella è zona C, cioè sotto il totale controllo dell'autorità israeliana.
Per un contadino che abita in uno dei nostri paesi, che si affacciano sul Mediterraneo, l'olivicultura e' alla base della vita. La raccolta delle olive era come una festa che durava un mese e mezzo: per quel periodo la famiglia si trasferiva in pratica nel proprio appezzamento. Un buon raccolto di olive era l'annuncio di un anno di abbondanza e riforniva intere industrie. La raccolta nella coscienza nazionale palestinese ha acquisito un significato sia pratico che simbolico negato dalla brutale interferenza con i ritmi e dallo sconvolgimento di un ordine stabilito da generazioni.
Dai palestinesi e dalle palestinesi tutto cio’ e' percepito come una catasrofe nazionale, come morte la di una cultura.
TRE QUADRI (Dedella, notears, Zaitun, Lubna, Tarkin, Nathan Never)
CONTESTO.
(Tarkin)
Nablus, la citta' sembra mutata, resa ancor piu' aliena dalla calma, dal simulacro della tranquillita' e dalla pace armata con gli israeliani. Nablus si sta trasformando in un verde fortilizio di bandiere inneggianti all'islam ed Allah, i piccoli manifesti dei martiri lasciano spazio ai murales della guerra santa contro se stessi e la loro citta'. Nella piazza centrale e' stata ammainata la bandiera del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) e innalzata quella della brigata dei martiri di al-aqsa. L'intricato dedalo di vicoli e viuzze si tinge di verde, con uomini armati made in u.s.a. a far da sorveglianti, kapo' in/consapevoli dei palestinesi stessi. La palestina ha perso e si e' persa tra le armi della seconda intifada ed il rammemorare museale della prima intifada. Incosciente e inconsapevole della propria storia e della propria lotta. Perduta tra gli uomini del cemento, palazzinari della distruzione e ricostruzione incessante, e tra gli omini verdi giunti dalla vicina galassia dell'orda primitiva. La citta' dovrebbe lottare contro se stessa e contro la morsa dei soldati in kippa' e cernecchi, figli di rabbini fondamentalisti e colonie aliene, gemelli eterozigoti dei figli delle bandiere verdi e dei fucili. Ma la citta' sembra non farcela, incapace di produrre anticorpi in grado di difenderla da questa infezione.
(Lubna)
Sono accadute un bel po' di cose da quando giungemmo a nablus.
la citta' e' bella fiera nella sua parte vecchia ornata da case diroccate e foto di martiri. Nablus. sette check point circondano la capitale del terrorismo. e noi dentro, come balene in un acquario di un dentista. Giovedi' (30 giugno)ci rechiamo al PWWSD (palestinian working women society for development) e la citta' intorno e' in gran fermento. Scegliamo diverse strade per arrivare in questo centro senza metterci nei guai, ma gia' sulle nostre teste c' e' il rumore di elicotteri militari. Le working women hanno progetti davvero interessanti e cerchiamo di menarci in mezzo per quelli che riguardano l'intrattenimento coi bambini.. domani sapremo come va' a finire, e dunque usciamo ed e' chiaro che qualcosa e' successo:
due soldatini israeliani, in borghese, si sono persi per le strade della citta' vecchia...
PRIMO QUADRO
Nablus, 30 Giugno 2005
(Dedella)
..oggi ho visto un bambino piangere ed e' stato bellissimo.
Poteva avere non piu' di 4 o 5 anni ed una faccia scura da scugnizzo.
Eravamo vicino alla citta' vecchia, in un incrocio che mi hanno poi spiegato essere un punto strategico perche' di passaggio obbligato per invadere la citta', perche' d'invasione si e' trattato, con decine di jeep sparse per tutta la citta'.
Grazie alla competenza ed al senso di responsabilita' dei volontari del Medical Relief ci siamo spostati da un punto che sarebbe di li a poco diventato il centro del fuoco incrociato tra soldati israeliani e fighters palestinesi.
Ci siamo mossi non piu' di 50 metri in linea d'aria...loro, i palestinesi, quelli sotto incursione, hanno scelto per noi un punto dal quale poter assistere rimanedo protetti, non solo ti senti inutile, mentre c'e' la guerra attorno a te (metaforica e/o reale), ma ancor di piu' ti senti un peso nei confronti di persone che invece di resistere come possono, si trovano per strada rischiando la vita per soccorrere i feriti. Mi suggeriscono dalla regia che noi siamo qui per documentare e poter poi testimoniare...ma questo non allevia il mio sentirmi inopportuna rispetto a gente che ha problemi cosi' grandi ed ha scelto un modo di affrontarli e di lottare cosi' coraggioso, maturo, quasi eroico e surreale.
Abbiamo provato a dire al bambino di tornare a casa, che quando la gente spara, sai com'e',non e' bene rimanere per strada; lui ci ha fatto eloquentemente capire che ne sapeva molto piu' di noi di quel tipo di situazioni.
Siamo rimasti li 3/4 d'ora, che sono sembrati 3/4 di secolo, attesa nostra di capire cosa stava succedendo, dei fighters di sparare ai soldati, dei bambini di tirare sassi sulle jeep: i soldati sono arrivati, la sparatotia c'e' stata, noi si siamo riparati dietro delle scale, bambino compreso, e poi ha pianto, di una sana, normale meravigiosa paura. Quella paura che ti consente di difenderti e che ti suggerisce che siamo per fortuna lontano dalla piaga dell'assuefazione, paura che rende ai miei occhi di occidentale, borghese, cresciuta nella bambagia tutto cio' piu' sopportabile.
Perche' dalle mie parti, e sono quelle di Napoli non di Assisi, quando qualcuno spara, la gente ha paura, piange.
Ma le "mie parti", il mio angolo di disperata "normalita'", si riduce a quel frangente della giornata perche’ tutto il resto assomiglia piu' ad un videogame dal quale non sono piu' riuscita ad uscire.
Prima d'iniziare, ho letto le istruzioni per entrare nel gioco: appena giunti sul posto ci e' stato fatto un breve corso su come difenderci dai vari tipi di armi nelle quali potevamo imbatterci: scream , sound bomb, lacrimogeni, proiettili di gomma. Mario Bros avrebbe usato i funghetti magici, noi potevamo correre, urlare, usare tappi per le orecchie, cipolle e limone per il gas. o sperare di avere la possibilita' di usare il nostro inglese e il nostro passaporto per limitare la violenza che qui la gente subisce da tempo, e sperare protegga anche noi. Abbiamo atteso ancora...gli elicotteri sopra le nostre teste, cosi' come le jeep sparse in citta', a quanto pare cercavano 2 soldati israeliani entrati a Nablus in borghese e rapiti dai fighters. Le notizie arrivavano confuse e non confermate, muovendosi nell'ampio spettro d'ipotesi per cui poteva essere tutto un bluff x giustificare un'incursione diurna di questa portata come non ce ne erano da mesi, oppure i 2 soldati potevano essere stati uccisi (decapitati?) con conseguenze serie, e per me inimmaginabili, di rappresaglia per tutti.
SECONDO QUADRO
Nel medesimo videogioco:
ci allontaniamo del tristemente noto incrocio dopo che lo hanno fatto anche le jeep, ci installiamo da bravi napoletani interno ad un tavolo in attesa di notizie della situazione, della citta' e, egoisticamente parlando, dei nostri 3 impavidi peacekeepers, E. D. e U., che erano andati a Balata...
ZOOM OUT
(notears)
Alla fine non so perche’ andiamo li', ma siamo in ballo: noi tre, Alex, una ragazza inglese, probabilmente fotografa, e M., ragazzo straordinario, boss dell'ISM nel ghetto di Balata. "It's not funny", ci dice questa pallida e silenziosa ragazzina d'oltremanica mentre attraversiamo in taxi la città. E la strada e’ coperta di pietre, e persone che corrono e copertoni bruciati: fine della calma piatta. Ho la telecamera ma non riesco a riprendere, non so come muovermi, io sono nuovo di qua, non capisco l'arabo, parlo un cazzo di inglese.
E soprattutto non so cosa stia succedendo. Il taxi ci ferma fuori Balata, una Jeep viene presa a pietrate da un gruppo di ragazzini: sembra lo stereotipo delle nostre infanzie incollato a quello dei reportage da quaggiu’ che arrivano, impacchettati col massimo rigore formale, in Italia.
Dalla jeep i militari parlano israeliano, l'altoparlante distorce la voce, sembrano alieni cattivi venuti ad invadere un pianeta come nella fantascienza classica.
Spersonalizzazione: i bambini giocano a sconfiggere un nemico che non è umano. Con le pietre. Balata è chiusa, sigillata ad ogni ingresso da mezzi militari, ci dicono quindici, sventolanti la stella di Davide. M. ci guida per una sentiero tra le case da dove i ragazzini staccano le pietre. Primi spari e non so di quale cazzo tra le armi di cui sopra possa trattarsi. Camminiamo tra le case, veloci, corriamo. A testa bassa perchè non abbiamo idea. Perche’ i fighters qui non ci conoscono, e in questo momento non e’ il caso di intraprendere le reciproche presentazioni e non so neanche chi o cosa sto seguendo. Pero' ridacchio, come i bambini intorno, lanciatori abilissimi, in grado di portare una pietra oltre una palazzina di due piani con una traiettoria parabolica. Senza supporti, solo le braccia. Lanciano massi dai tetti per ricavarne pietre di media grandezza. Come da noi, ma palesemente routinizzato.
Arriviamo al punto. Dentro Balata, a 30 metri da noi l'uscita della strada bloccata. In quest'incrocio si concentra il gioco dell'unita’ palestinese. In quest'entusiasmo goliardico, il gioco della battaglia, i ragazzi ritrovano unita’ anche con noi, stranieri, spie in potenza o semplicemente poveri stronzi inutili capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Da qui non si esce piu’. I ragazzi del MR sono cordiali, M. gestisce tutto, coordina, divide telefoni, fa battute tutto il tempo. E' piu’ giovane di me, sicuro. I soldati fuori la strada non fanno uscire piu’ nessuno, neanche donne e bambini, neanche le ambulanze. E. e U. seguono M. in ricognizione a Jerusalem Street, io resto. Con un ragazzo spagnolo, qui da due settimane ma vergine di incursioni diurne. Forse la faccenda dei rapiti è vera. Forse. Ci si augura che non escano i fighters dal centro del campo senno' e’ un casino. Prime folate di gas, da fuori. Ricavo cipolle da un gruppo di signore. Poi quiete.
Aspettiamo sotto il sole, le pareti della strada sudano. Stallo. Non si esce, non si entra. Minuti che non passano mai, migliaia di pietre e sigarette. Il gioco stanca. Ma quando ti ritrovi da un parte, che sia giusta o sbagliata, simpatizzi. Questo lo sapete tutti. Anche perche’ l'alternativa è fare lo straniero in terra straniera, e al momento qui non e’ il caso. Mentre aspetto mi vengono in mente le cose piu’ stronze: videogiochi, scopate non fatte, zuppa di fagioli al Pecco. Anche nulla. Che cosa dovra’ dire e come, quanto effetto di verita’, quanto artificio per una cosa che, sostanzialmente, e’ normale amministrazione qui come atrove. Elicotteri setacciano la zona. Dico a un tale che imparero' l'arabo, prima o poi, in un'altra vita. Poi i ragazzi tornano "tutto tranquillo". Fuori ogni tanto si sentono colpi. Arrivano giornalisti del New San Francisco Cronicle o qualcosa del genere, mi chiedono qual'e’ la situazione "15 jeep all around Balata, no one can enter or exit". Mi chiedono com'e’ la situazione "all quiet". Lo sguardo del tipo è tutto un programma, mi atteggio a faccia paracula fingendo di fingere quando la realtà del fatto che io non sappia effettivamente niente della situazione o di qualsiasi altra cosa qui e’ maledettamente vera. M. ci consiglia, ci chiede, di non dare informazioni (quali?), non parlare con chi non si conosce. Poi la situazione sembra stabilizzarsi, sotto un sole atroce, rassegnati all'idea di dover restare qui e subirci l'incursione notturna. Ero di fianco a E., seduto, quando ci sparano due lacrimogeni praticamente in bocca, nel momento di calma maggiore. Lo vedo buttarsi di scatto a lato, pensava (come me) che fossero pallottole. Poi non vedo piu’ un cazzo, solo corsa tra gente che vomita. I polmoni in fiamme, le braccia, tengo aperti gli occhi. Io sostengo, qui, che non sono come i nostri. Fortunatamente U. è con me, E. non so, dietro non ho idea di cosa succeda. La gente scende dalle case, tossisce. Chiedo a un vecchio delle cipolle, ce ne taglia una. Sputo catarri fangosi. M'aspetto il peggio, che entrino adesso nel campo, il che significherebbe un'operazione in grande stile.
Non succede. Ci hanno solo presi per il culo. Dopo mezz'ora circa se ne vanno. I ragazzini escono fuori in un tripudio, "vittoriosi". Stanotte qui saranno cazzi, o forse no. M. ne approfitta, ci porta a casa di un suo amico, un martire, tagliato di netto a 23 anni da un missile. Filmiamo: la casa è un mausoleo al ragazzo, Kahlil mi pare, gigantografie, un modellino in scala di Al-Aqsa (che poi non è Al-Aqsa) dentro una teca. In un posto come Balata non puo' non mettere piede il fondamentalismo (che qui non raggiunge comunque livelli che vadano oltre la nostra Forza Nuova). Andateci in vacanza, capirete. Avere il rischio di trovarvi puntato un M16 in mezzo agli occhi nel bel mezzo del vostro Maurizio Costanzo notturno, ascoltare queste voci aliene di uomini-carro, figli d'israele. Qui si combatte contro mostri, cosi' come la tattica militare sionista ha deciso di apparire. E ci sarà una generazione intera, quella dei campi profughi, convinta che gli israeliani non sono esseri umani: stanno coltivando la loro nemesi. Poi mangiamo qualcosa, al centro di Balata. Felafel, una frittata e altri fatti. I fatti migliori mangiati finora, o forse quelli più necessari, forse. Muhammad ci traduce la radio, il notiziario: nessuna rivendicazione, sara’ stata una scusa per creare tensione, far ricordare chi e' che comanda, come fosse necessario. Non si perdono cosi' due soldati. Verso casa sentiamo il resto del gruppo, stanno bene. Casini nella citta’ vecchia, ma ne sono stati lontani. Sembra di aver pianto per sei ore, milioni di lacrime, "un pianto antico". Questa cosa piace a E., ne sono contento.
Ma se per le lacrime ci servono a forza i lacrimogeni, allora il problema è altrove.
ZOOM IN
(Dedella)
...ma forse il peggio e' arrivato allora, quando la situazione si e' tranquillizzata, i soldati sono usciti dalla citta', i nostri eroi di Balata stavano tornando verso casa...perche' allora, rilassati e rifocillati, ci siamo presi la liberta' di guardarci intorno e chiacchierare con i nostri angeli custodi che ci avevano fatto da guida in quel girone dell' inferno che era stato Nablus quella mattina. E li’ abbiamo visto la citta' riprendere vita, i negozi riaprire, la gente passeggiare, i bambini giocare per strada, dopo poche ore. La gente qui reagisce ad un' incursione come dalle "mie parti" si reagisce di fronte ad un improvviso temporale. Chi non puo' farne a meno continua a lavorare, a fare la spesa, ad andare dal medico.
Chi puo' farne a meno si chiude appena trova un riparo e aspetta che passi.
Le differenze sono pero' tutt'altro che sottili: non e' Dio, Allah o Madre Natura che ti stanno mandando la pioggia, ma e' un un uomo come te che senza diritto e senza vergogna ti sta costringendo in questa situzione...inoltre non e' detto che passi, perche' un'incursione puo' trasformarsi in coprifuoco, occupazione, assedio e durare giorni...senza considerare che se ti giochi male le tue carte puoi beccarti un lacrimogeno, una bomba sonora, un proiettile.
Tornando verso casa passiamo per la citta' vecchia e per la piazza dove nel 2002 ci sono stati scontri particolarmente violenti. In quella piazza c'e'una targa con 9 foto sbiadite...in una notte di quegli scontri l'esercito israeliano, per arrivare da un lato all'altro di quella piazza, invece di aggirare l'ostacolo, ha raso al suolo una palazzina con i suoi 9 abitanti dentro.
Non era la prima volta che sentivo quella storia, ma questa volta a raccontarmela era un volontario del MR che quella notte era li’ ed ha tirato fuori le prime vittime dalle macerie.
Ha potuto farlo perche' abita li vicino, ed ha dovuto farlo con pochi altri perche' per un paio d'ore la zona e' rimasta chiusa alla stampa ed, ovviamentente, anche ai soccorsi...inutile sottlineare quanto senta ridicoli ora km e km di amazzonia inutilmente sprecati per scriverci sopra migliaia di articoli di diritti disattesi. T. il suo racconto l'ha appena iniziato, ed io non so se sono pronta: dopo quella notte la sua casa e' stata occupata dall'esercito israeliano (costume diffuso da queste parti in queste situazioni), la sua come quelle di tutta la palazzina.
20 persone vengono rinchiuse in una sola stanza senza avere la possibilita' di uscire, dopo 3 giorni i soldati gli chiedono di uscire con loro per strada, detta piu' semplicemente, di fargli da scudo umano, e lui, forse 20enne, prende una decisione che nessuno di noi dovrebbe mai essere chiamato a prendere: " se devo morire sparatemi qui in casa mia, non voglio morire ammazzato per strada come un cane". Non l'hanno ammazzato, ma l'hanno picchiato.
Grazie alla sua esperienza in primo soccorso nel MR si e' potuto permettere il lusso di rifiutare l'assistenza sanitaria gentilmente offertagli dagli israeliani, che consisteva nelle cure in ospedale e poi, tutto compreso, un biglietto diretto per una lunga permanenza in un carcere israeliano. 12 giorni e 12 notti, finche' i soldati, che nel frattempo avevano bivaccato e davastato le case, non sono andati via.
Mi ha raccontato tutto questo con lo stesso tono con cui io racconto che da bambina sono rimasta 3 minuti chiusa nell'armadio...e mi sono vergognata...e ho sperato ( invano, lo so) che questa non sia mai "normalita’'" per nessuno...e mi sono chiesta dove trovano il coraggio, l'equilibrio, la forza di andare avanti, non c'e' rassegnazione ma tanta forza.
La stessa forza che gli consente ancora ed ancora di cercare forme non-violente ed alternative di resistenza, invece di andare a farsi saltare in area in una discoteca di Tel-Aviv.
TERZO QUADRO
Bila’in, 1/7/2005
(Dedella)
Manifestazione contro la costruzione del muro in a Bila’in vicino Ramallah.
Questa volta non ci facciamo prendere alla sprovvista come il giorno precedente, sappiamo a che gioco giochiamo e partiamo equipaggiati: zaineto tattico, scarpe chiuse, cipolla e limone, sciarpa per il gas e addirittura tappi per le orecchie.
Ci siamo rinforzati la mattina superando la dura prova di un oretta di taxi palestinese, risultati: morte in faccia ad ogni curva e succhi gastrici donati all'ambiente. Fin qui tutto suona molto come gita della domenica (in fondo e' venerdi e siamo in un paese mussulmano) di un gruppo di scoppiati che va a giocare al commando. Anche in questa occasione riceviamo le istruzioni per l'uso: oltre a preservare la salute, ci raccomandano di non farci arrestare, perche' in quel caso, un rimpatrio in direttissima non ce lo toglie nessuno…ma tanto tutto cio' non e' reale, e' un gioco, wallah? non potra' mai accaderci nulla, non a noi... arriviamo in questo ritrovo di "internazionali pronti a immolarsi per la causa" di professione e di israeliani che si lavano la coscienza facendosi arrestare in queste occasioni.
INTERMEZZO
(Zaitun)
...ci siamo anche noi con il nostro striscione diretto a tutti quei soldati che ogni volta che diciamo di essere di napoli ridono dicendo "maradona!!!"...ebbene noi vi diciamo “MARADONA AGAINST THE WALL” ma l'euforia dura poco...cominciamo a scendere a valle, verso il tracciato del futuro muro...si iniziano a scorgere soldati che di corsa con i mitra puntati bloccano il nostro passaggio. Gli israeliani fanno un piccolo cordone con reti e striscione intrisi di rosso...loro fotografano e sventolano ordini stampati...noi grida contro il muro e mani alzate chi puo'...il corteo e' gia' un po' disperso, pietre irregolari sotto i nostri piedi...neanche 5 minuti di democrazia, neanche 5 minuti di non violenza...lacrimogeni, ci sparano addosso...corsa impazzita verso l'asfalto piu' su...mi guardo attorno, prendo S. per mano, le scoppia qualcosa vicino, volano i tappi dalle mie orecchie...puo' essere una bobma sonora o semplicemente un lacrimogeno...la salita e' impervia, il fiato viene meno...urla e fumo, continuano a sparare...perdiamo gli altri...la paura e' tremenda, ma la rabbia...ingiustizia, arroganza...non troviamo subito gli altri..continuiamo a correre... tutto il gruppo risale all'ombra...occhi lacrimanti, sudore, faccie sposte...qualche ferito, molti i ciaccati...G, R. D. e N. non sitrovano. G. e' stato ferito da una scheggia. sono riparati in una casa...l'incontro e ' commovente...ci abbracciamo...ritrovamento... ma non e' finita, i piu' coraggiosi in questo teatrino dell';orrore sono ancora giu'...lanciano pietre a quaranta metri...fionde nelle loro braccia rotanti...eta' dieci anni o poco piu'. M'incazzo ancora, non resisto a questo spettacolo, ma ad andare via non riesco. Soldati nascosti dietro una casa, bambini impavidi senza mura di protezione...lanci di fionde precisi ma inefficaci...sudore e muscoli...mentre il soldato fa due passi e BUM! , spara...i soldati indietreggiano, fasulla conquista di territorio per i bambini, una trappola, stanno solo disperdendovi, ma i piccoli non studiano tattica di guerra...giocano d'insinto, contro la rassegnazione. Andate via! Lancio. Non vi vogliamo! Lancio. Stronzo! Lancio. Hai ferito il mio amico! Lancio....stai rubando la mia terra privandomi della mia liberta'! Lancio. Ti stai succhiando la mia anima...lancio, lancio, lancio. Un bambino viene ferito...ambulanza a palla...gli internazionali, non servono a battaglia in atto. Non capisco l'utilita' di questa manifestazione un po' fricchettona, mette solo a rischio ulteriormente la vita di questi piccoli eroi e delle loro famiglie...dopo pochi minuti di relativa calma i soldati accerchiano il villaggio dall'altra parte, le jeep cercano di entrare all'interno...barricate, lacrimogeni, e ancora e ancora...non entrano! Una parte di noi e' in casa, una parte dove sono gli scontri...io e S. a meta' strada combattute tra l'azione e il timore....bambini continuano ad allenarsi con le fionde...una madre ci ringrazia....donne dai tetti lanciano pietre...piu' tardi a Ramallah incontriamo alcuni dei partecipanti alla manifestazione...hanno arrestato un ragazzino che non aveva neanche partecipato alle azioni...forse domani quando l'attenzione dei media sara' calata i soldati invaderanno il villaggio e occuperanno alcune case... a Ramallah ragazzini per strada lanciano contro di noi un piccolo botto, qui usano farlo verso chi non conoscono, sono un po' confusi...il 90 per cento degli stranieri sono militari o spie ...salto ...ci riprenderemo tutti con un litrone gelato di birra Taybe...per ora..
- FINE DELL’INTERMEZZO -
(Dedella)
La possibilita' d'incrociare i loro occhi, o addirittura la speranza di un dialogo durano pochi attimi, poi comincia la caccia, lacrimogeni su di noi, altezza uomo e a distanza ravvicinata. C'e' qualcosa di reale nel suono del mio respiro affannoso mentre risalgo la collina, mi rimbomba nelle orecchie otturate dai tappi. Sento S. che mi strige la mano, per fortuna, scappiamo insieme, ci guardiamo indietro a cercare gli altri, chiamiamo D. per sentire anche la sua mano, c'e'qualcosa di reale nel racconto che mi ha fatto U: "sembravi Mario Bros che salta tra un esplosione e l'altra", le ho sentite le esplosione vicino le mani, gli occhi che bruciano e la gola che si chiude per il gas: non e' piu' un gioco, dentro di me qualcosa si e' rotto...tutto cio' che non riuscivo a realizzare fino ad ora mi si materializza improvvisamente e prepotentemente d'avanti agli occhi. Bilancio: un ferito lieve e tre dispersi.
L'ansia e la preoccupazione per la loro assenza e' bruciante, l'emozione per il loro ritorno immensa, non e' lo stesso entusiasmo di quando tornano i compagni di squadra fatti prigionieri nel gioco notturno del campo scouts, e' gioia, sollievo...non e' piu' un gioco...i sentimenti non sono quelli ovattati di un role-play, e diventano difficili da gestire. Intanto i feriti lievi passano a due.
Piu' giu la battaglia continua, ma che senso ha?
Davide contro Golia, sassi contro armi vere, la disperazione contro l'arroganza, che ci facciamo noi qua? Insiame al senso di realta' sale anche la rabbia e la frustrazione. Piu' giu continuano a giocare a guardie e ladri, e' un teatrino inutile e crudele, perche' ci si fa male, perche' e' pericoloso, perche' siamo stati fortunati; la manifestazione non era autorizzata (nessuna manifestazione e’ autorizzata dall’esercito israeliano e poi questa e’ zona A, quindi l’eventuale autorizzazione dovrebbe venire dall’Autorita’ Palestinese) ma non e' questo il punto; considerando che il muro non dovrebbe proprio esserci, ne dei lavori per costruirlo, ne dei soldati per difenderlo... qual'e' lo scopo?
EPILOGO
Ospedale di Ramallah
(Nathan Never)
G. ha un piccolo taglio in testa, una scheggia di granata assordante, o forse una pietra (e forse non si dovrebbe dire), per scrupolo, mentre il resto del gruppo si dissetta, lo portiamo al pronto soccorso di Ramallah, mentre lo visitano raggiano medicano incrociamo faccie viste poche ore prima a Bil’ain, palestinesi feriti negli scontri, teste, braccia e gambe fasciate. Uno di loro e’ in sala operatoria, e’ stato colpito ad entrambe le gambe; ci riconoscono, ci sorridono, ci offrono il caffe’, si informano sulle condizioni di G. (rispetto a come sono conciati loro, G. Semra appena uscito da una beauty farm..), e ci ringraziano continuamente...ummm Qulcuno intanto parlando alla radio dice nome, cognome e nazionalita’ di G., dopo poco arriva jeeppone militare palestinese da cui scendono due ufficiali panciuti e stellettati, con piglio deciso entrano nella sala del pronto soccorso per andare a stringere la mano all’"italiano ferito dall’esercito israeliano, lo esortano a segnalare il fatto alle autorita’ consolari, ai media, etc etc, guerra di propaganda...persa in partenza considerata la controparte... Io e G. Seduti sul marciapiede a sorseggiare caffe’ nero bollente, non siamo lusingati ne fieri, abbiamo condiviso con gli altri dubbi e perplessita’ sull’utilita/efficacia dell’azione di poche ore prima, i veterani delle manifestazioni ci hanno detto che finche’ ci sono internazionali e radicalfrikkettoni israeliani, l’esercito non usa pallottole vere...(viene naturale chiedersi cosa succedera’ nei giorni a venire), che in altre occasioni le trattative con l’esercito hanno permesso ai manifestanti di avvicinarsi di piu’ alla zona dove il muro e’ in costruzione, che per i palestinesi queste azioni sono l’unica alternativa allo stare chiusi in casa mentre un potere arrogante costruisce un muro sulle loro terre e sui loro ulivi...ma noi siamo occidentali, siamo abituati a ragionare in termini di strategie e spostamento di consensi, diamo un valore alla vita umana e alla incolumita’ dei corpi (nostri e degli altri), un valore relativo al mondo nel quale siamo cresciuti e vissuti, “da queste parti” le cose sono un po’ diverse.
Spesso ci chiediamo dove i palestinesi e le palestinesi trovino forza, coraggio e volonta’ di resistere e lottare, che di lotta si tratta, pur se con modalita’ e fini spesso non condivisibili, e’ pur sempre conflitto, resistenza rispetto ad una normalizzazione imposta, contromovimento.
Mi piace pensare che un po’ di quel coraggio e di quella forza scaturisca dal fatto che non si sentono ancora del tutto abbandonati alla loro sorte; mi piace pensare che anche un gruppetto di ragazzin* conciati come i cugini stupidi dei black block che reggono per pochi minuti uno striscione con uno slogan neosituazionista possano aiutare in questo...non siamo qui per fare guerriglia urbana, non siamo reporter di guerra, ne professionisti dell’aiuto umanitario, siamo solo curiosi
Falastinia Who's Who
![il gruppo di peacekeepers (?] e i loro ameni mentori](http://www.muzak.it/nablus/foto/peacekeepers.jpg)